di Giorgio Barba

“Luoghi comuni” è il titolo di un olio su tavola dell’artista Francesca Mele, nata a Novoli nel 1964, ma operante a Lecce. E di Lecce la Mele ha assorbito la magia e il mistero che circondano con un alone mistico le chiese, le case, le corti, le strade, i balconi, gli angoli, i demoni, i santi, gli angeli in pietra leccese. In quei luoghi comuni, che fanno parte ormai della cultura di ogni salentino, si muovono figure parzialmente distinguibili che sognano, pensano, attendono che la pietra prenda forma e dia consistenza ai segni dell’anima angosciata.
Un senso di inquietudine interiore esprimono i volti di donna sapientemente impressi sulla tela. Volti che hanno fattezze in comune, che sembrano sempre lo stesso volto – il volto dell’artista – stupito, spaventato, sorpreso, sognante, estasiato, sorridente, smaliziato, illuso, disingannato. Stati d’animo che trascinano e si traducono in visioni dell’infanzia, che emergono dalla “fragile” cassa della memoria personale e collettiva. Difatti l’artista non si limita a scavare nei suoi ricordi di bambina, nella dolcezza di aver trovato un nido e poi nella constatazione delusa del nido vuoto e dell’assenza di vita, ma ella si tuffa nell’abisso primordiale della memoria di un popolo ancorato a credenze e oscillante fra mondi paralleli: il reale quotidiano e l’immaginario onirico e magico, la cui porta dimensionale solo la luna può spalancare. Ed ecco che nei sogni s’affollano le immagini di un passato intriso del senso del peccato e dell’angosciante consapevolezza che la bellezza è dannazione eterna. Un retaggio baroccheggiante si insinua nella psiche e le processioni di incappucciati, il sabba delle streghe o, per meglio dire, delle macare salentine, le ali di una civetta, i mostri che sorreggono la cattedrale di Santa Croce diventano emblemi del desiderio di liberarsi dai legami terrestri per cogliere panteisticamente nella natura “ciò che non vediamo”.
Francesca Mele, nel rappresentare le dimensioni del reale e dell’onirico che si intersecano in un fluire continuo al di là del tempo, utilizza sapientemente la scomposizione dello sfondo in linee e piani che s’aggrovigliano in maniera ondulata intorno alla figura centrale dai tratti somatici ben delineati, creando un movimento vorticoso che dal centro del quadro si disperde verso la periferia in un caleidoscopio di colori-immagini-fiori-fili d’erba-ragnatele-farfalle-volti di pietra che appaiono e svaniscono nel nulla della visione, ricordando il comiano “misterioso avvento di una flora / universale” o, come ha già rilevato Giovanni Invitto, il bodiniano “bestiario salentino” o ancora i “tentacoli a ghirlande” di Vittorio Pagano, interprete quest’ultimo, insieme a Bodini, di un “barocco dell’anima” salentina che s’esalta in estatiche visioni di ascensioni e s’affligge nel tormento del dubbio. Un dubbio, quello di Francesca Mele, che s’insinua come un tarlo e scava e corrode e svuota l’anima lasciandola inerte, in bilico tra l’essenza e l’apparenza, la spiritualità e la matericità, l’acre odore d’incenso che santifica e il fetore dello zolfo che spalanca le porte infernali della follia. Ma la follia non consiste in una fuga, in un cunicolo senza via d’uscita, diventa, invece, uno stato di grazia in cui l’artista lascia esprimere liberamente il proprio alter ego, la personalità nascosta, che a volte prende il sopravvento, e, in una sorta di rivendicazione di un mai sopito desiderio di identità, rivela con segni grafici l’universo arcano o l’arcano dell’universo che ci circonda. Ed è questo, in fondo, il compito dell’artista: aprire mondi e svelarne la formula attraverso una capacità visionaria fuori dalla norma, proprio come quella di Francesca Mele, che, con un sapiente dosaggio di immagini e di colori simbolici, discopre il velame e dà voce alle sensazioni e alle emozioni dell’anima salentina. Per avere un quadro più dettagliato della sua visione dell’arte, all’artista abbiamo rivolto le seguenti domande.

Perché ha intitolato la sua recente mostra “Le lune del barocco”?

“Le lune” indicano il tempo storico che ha visto la nascita del Barocco salentino … ma non è solo questo, è una lunga storia.
Quale rapporto lega il suo modo di fare arte al mondo salentino?

Sono salentina! Ho un comune rapporto di amore-odio con il Salento. Amore filiale per questa terra impastata di cultura e di storia. Ma, ahimé, siamo ancora “tagliati fuori”, e non solo geograficamente, da qualsiasi discorso commerciale.

Simboli e figure di matrice barocca popolano le sue opere pittoriche: quale rapporto esiste tra il suo universo interiore e il barocco salentino?


L’horror vacui? Sono barocca nell’anima, adoro i controsensi e i contrasti sacro/profani di questo stile. (Ma non solo!)

Nei suoi quadri è sempre lei al centro di un mondo vorticoso, lei bambina, lei donna, lei vecchia, lei forse in qualche reincarnazione del passato: qual è il messaggio che cerca di dare al fruitore?


Non sono io! O almeno non sono la Francesca di questa vita. E’ la donna e qualche volta è solo il femminile che intendo mettere in risalto (la luna, la civetta, la chiave, la melagrana, l’aquila, la farfalla ecc). Mi piace fare breccia nelle altrui coscienze e inquietarle per risvegliarle. Mi piace ascoltare di nascosto i loro intimi pensieri e immaginarli al ritmo di una maggiore frequenza cardiaca.

A quali artisti contemporanei si ispira?


A nessuno!

Perché rappresenta continuamente le ali? Da che cosa vuole fuggire? Quali sono i legami-simbolo che la trattengono?


Le ali che rappresento non sono di civetta, ma di aquila. Spesso il nostro desiderio di volare non è fisico ma mentale. Il mio volo è fuga mentale, è catarsi, è viaggio nella storia, liberazione. La civetta ha altri significati simbolici, ma questa è un’altra storia.

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